

Fin qui. E resto.
La rabbia sana non distrugge il legame.
Protegge qualcosa di vivo dentro di noi,
e ci aiuta a dire: fin qui.
Ci sono persone che non si arrabbiano mai. O almeno, così credono.
In realtà la rabbia c'è...ma da qualche parte lungo la strada hanno imparato che non aveva un posto sicuro dove stare.
E allora è scesa. Inghiottita giù nell'anima. Depositata.
Temuta.
E sepolta lì, nel tempo, non sparisce. Diventa peso. Diventa stanchezza. Diventa una distanza da sé stessi che a volte non si sa nemmeno spiegare.
Ma la rabbia sana non è un'esplosione.
È una radice. È un tronco con la corteccia.
Qualcosa di solido e vivo che sa dove finisce il proprio terreno e dove inizia quello dell'altro.
Senza quella corteccia, qualcosa cambia nel modo di stare nelle relazioni.
Si inizia a capire tutto. A vedere le ferite dell'altro prima ancora delle proprie, a spiegare, a giustificare...non solo a comprendere.
E lentamente si perde qualcosa di importante: la possibilità di sentire che, anche comprendendo, qualcosa può comunque fare male. Che qualcosa può essere troppo, ingiusto, invadente.
E che sentirlo non significa essere cattivi. Significa essere vivi.
Perché c'è una differenza profonda tra comprendere e giustificare. Nel comprendere si può restare aperti senza perdersi. Nel giustificare, invece, qualcosa di sé lentamente si sfuma.
E in quel movimento, a volte impercettibile, si scompare.
Non agli altri...anzi, a volte si è molto presenti, molto cercati, molto utili.
Ma a sé stessi.
Il proprio contorno sfuma, fino a non sapere più bene dove si finisce e dove inizia l'altro.
La rabbia sana avrebbe saputo dirlo.
Avrebbe tenuto il confine. Non per chiudersi, ma per restare fedeli a sé.
Spesso attraverso qualcosa di fisico: una sensazione nella pancia che si stabilizza, una chiarezza improvvisa, quasi silenziosa. Il corpo sa, ben prima della mente, che si sta dando più di quanto si voglia dare. Che si sta attraversando un confine che non andava attraversato.
È una sensazione di solidità.
Come radici che scendono. Come corteccia che torna al suo posto. Non indurisce. Non chiude. Protegge la linfa. E dice solo: fin qui.
In quel "fin qui" c'è qualcosa di prezioso.
Non perdita di controllo, non egoismo, non freddezza.
Ma una forma profonda di fedeltà a sé stessi.
Quando quella corteccia c'è, qualcosa diventa possibile. Non la perfezione, non l'assenza di fatica. Ma la possibilità di occupare uno spazio che è davvero proprio. Di essere visti, dagli altri e da sé stessi — senza scomparire nel processo.
Perché la rabbia sana non separa dall'altro.
Lo incontra. Da un posto solido, radicato, vivo.
Un posto che sa dire: fin qui.
E che sa anche dire: e resto.
Lisiana
Se riconosci qualcosa di tuo in quello che hai letto, puoi scrivermi