

Un piede nel passato, un piede nel presente
Ci sono ferite che non fanno rumore. Eppure il corpo le porta... e le ricorda a modo suo.
Cos'è il trauma, come vive nel corpo e come funziona l'EMDR.
Ci sono luoghi interni a cui è difficile avvicinarsi.
Non perché manchino il coraggio o la volontà. Ma perché ogni volta che ci si avvicina, qualcosa dentro collassa.
Il tempo si chiude su sé stesso e ciò che è stato diventa improvvisamente adesso. Nel corpo, nel respiro, nella pelle.
Non è un ricordo che racconta. È un ricordo che travolge.
Un lampo. Un odore. Una voce. E il corpo è già lì, di nuovo, come se non fosse mai andato via.
Per questo non basta sapere razionalmente che il pericolo è passato. Il sistema nervoso non funziona solo attraverso le parole. Riconosce soprattutto ciò che gli è stato familiare abbastanza a lungo. E quando alcune esperienze sono state troppo intense, troppo improvvise, o troppo solitarie da attraversare, qualcosa può restare bloccato. Non nel passato...Nel presente del corpo.
Ci sono esperienze che segnano in modo evidente (un incidente, una violenza, un lutto improvviso). Momenti in cui il sistema nervoso viene travolto da qualcosa di troppo intenso, troppo rapido per essere attraversato. Un vero "prima" e "dopo".
Ma esistono anche ferite molto più silenziose. Non legate a un singolo evento, non facili da raccontare, a volte difficili persino da riconoscere come tali. Ferite che non nascono da ciò che è accaduto, ma da ciò che non c'era.
Un genitore fisicamente presente ma emotivamente altrove. Un'aria in casa che insegnava a non chiedere, a non pesare, a fare da soli. O forse una presenza instabile (una dipendenza, una fragilità) che rendeva ogni rientro un'incognita.
Non era l'assenza il problema. Era non sapere mai come sarebbe stato. Imparare a leggere l'aria prima ancora di entrare in una stanza. Il silenzio che non era pace...Era attesa.
E il corpo imparava a farsi piccolo, a intuire prima di chiedere, a non disturbare qualcosa che sembrava già sul punto di rompersi.
Ferite che non generano un prima e un dopo così netto. Eppure il corpo le registra a modo suo. Non è fragilità, ma la traccia di qualcosa attraversato troppo a lungo, e troppo soli.
È da questa consapevolezza che nasce il lavoro dell'EMDR. Un approccio che aiuta il sistema nervoso a rielaborare esperienze che non sono riuscite a diventare davvero passato. Non perché il tempo non sia trascorso, ma perché quando quelle esperienze sono accadute, il sistema nervoso non aveva abbastanza risorse per integrarle. E allora sono rimaste lì, congelate, pronte a riattivarsi come se stessero accadendo ancora.
Ma prima di parlare di tecnica, c'è qualcosa di più importante. L'EMDR non è uno strumento che funziona da solo. Diventa possibile e profondamente trasformativo solo dentro una relazione terapeutica sufficientemente sicura. È quella relazione a creare le condizioni. Non la tecnica.
Il corpo, tra l'altro, conosce già il movimento che l'EMDR utilizza. Durante il sonno REM i nostri occhi si muovono spontaneamente da un lato all'altro mentre il cervello elabora ciò che è stato vissuto. Alcune esperienze però sono state troppo travolgenti per essere integrate anche nel sonno. Quel processo si è interrotto.
L'EMDR riprende esattamente quel movimento ritmico, bilaterale, ma in stato di veglia. Con intenzione. E con qualcuno accanto.
Durante una seduta si può sentire molto. Immagini, sensazioni, emozioni che sembravano lontane improvvisamente vicine.
Non è il terapeuta che decide dove andare, è il sistema nervoso che, sentendosi abbastanza al sicuro, inizia a muoversi da solo verso ciò che aveva bisogno di essere visto.
Lentamente, qualcosa cambia.
Non il ricordo in sé. I fatti restano fatti, ma il modo in cui il corpo lo porta. Quella scena che travolgeva inizia a diventare qualcosa che si riesce a guardare da una distanza diversa, non con indifferenza, con meno attivazione. Come se il passato iniziasse finalmente a stare nel passato.
Il trauma non lascia solo allerta o congelamento. Lascia anche qualcosa di più silenzioso: un'idea di sé costruita dentro quelle esperienze.
Non sono abbastanza.
Non sono amabile.
Sono sbagliato.
Convinzioni che non sono la verità, ma che il sistema nervoso ha registrato come tale, perché erano l'unica spiegazione disponibile allora.
Anche queste, lentamente, possono trasformarsi. Non sparire, ma perdere quella certezza assoluta con cui abitavano dentro.
Nel lavoro con l'EMDR, a volte delicato, a volte intenso, a volte doloroso nel momento in cui si tocca davvero, è come se una ferita che ha sanguinato a lungo venisse finalmente disinfettata. Solo così può chiudersi.
La ferita resta. La cicatrice è lì. Ma non sanguina più.
È diventata parte della pelle...Una zona di sensibilità che appartiene a noi, alla nostra storia, a ciò che abbiamo attraversato.
Non più qualcosa da nascondere.
Una traccia da abitare.
Lisiana
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